martedì, 17 febbraio 2009
dalla mia rubrica "il cielo sopra La Spezia" su www.cittadellaspezia.com del 15 febbraio

Sono fortunato. Perché ho la possibilità ogni domenica di scrivere quello che penso in uno spazio libero come questo giornale. Un privilegio, che molti non hanno e che oggi sfrutterò impropriamente a mio esclusivo favore. Interesse privato in uno spazio pubblico, come lo è un giornale, anche se di un editore privato. Perché quando l’informazione è libera, è di tutti. Ma oggi voglio essere io al centro dell’attenzione, voglio che si parli di me. Ed ho bisogno di testimoni.

Oggi scrivo il mio testamento biologico. Sono in grado di intendere e di volere, e padroneggio abbastanza bene le mie comuni facoltà mentali, come possono testimoniare amici e colleghi di lavoro; ho smesso di fumare, pratico molto sport ed una sana alimentazione con pochissimo alcool, solo qualche buon bicchiere di vino ogni tanto. Quindi, anche la mia salute è buona. Condizione ideale per scrivere queste righe.

Scrivo il mio testamento biologico perché ho paura. Non di morire, non tanto. Toccherà anche a me, prima o poi. Speriamo il più tardi possibile, laicamente parlando. Speriamo che mi tocchi quando le cose che mi sono prefisso di compiere nella vita non dico siano a buon punto, ma almeno cominciate. E spero che accada prima della morte dei miei affetti più cari, perché, egoisticamente, non sopporterei di sopravvivere senza le persone che amo.

Lo scrivo perché ho paura di due cose: che per un malaugurato incidente io mi possa ridurre in uno stato di coma vegetativo irreversibile e che qualcun altro, qualcuno che io NON ho delegato, che sia un Parlamento, un Governo, un’Autorità religiosa o politica qualsiasi, decida al mio posto se io debba vivere o meno quella condizione. In alte parole, decida al posto mio se, in caso di coma irreversibile vegetativo senza ombra di dubbio acclarato, io debba essere tenuto in vita comunque, attraverso l’alimentazione artificiale.

Dichiaro quindi di fidarmi della scienza medica, e se dovesse succedere che una struttura sanitaria di valore certificato dichiarasse il mio coma irreversibile, l’affermazione deve essere accolta come verità incontestabile dai miei familiari per mio conto;
dichiaro di fidarmi della scienza medica nel momento in cui afferma in tutto il mondo ed in tutti i protocolli sanitari che l’alimentazione artificiale è, a tutti gli effetti, una cura medica;
dichiaro che, in caso la prima dichiarazione risultasse veritiera, di non volere assolutamente ed in nessun modo essere sottoposto ad alimentazione forzata, ma, al contrario, esigo che il mio corpo sia lasciato spegnere in modo naturale;
dichiaro di affidare l’esecuzione di queste mie volontà in primo luogo alla compagna della mia vita, mia moglie Francesca, e subito dopo ai miei familiari più stretti.

Queste sono le mie volontà, coloro che leggono ne sono testimoni. Mi auguro davvero che, se mai ce ne fosse bisogno, possano essere rispettate in modo legalmente consentito da un ordinamento civile, democratico e rispettoso del diritto inalienabile, di ogni essere umano, di disporre autonomamente e liberamente del proprio corpo e del proprio destino.
Se così non fosse, se mi trovassi nella condizione di coma vegetativo irreversibile e se fosse in vigore una legge che vieta la mia libertà di scelta e che mi obbligasse a subire una condizione per me assolutamente intollerabile, mi auguro che le persone a me vicine sappiano comunque trovare il modo di rispettare le mie volontà.

Una piccola spiegazione, doverosa, se non altro per rispettare l’attenzione che mi regalano coloro che leggono queste righe: io potrei sopportare, a prezzo di enormi sofferenze e sacrifici, anche una vita segnata da una condizione di grave mutilazione. Sono sicuro che potrei sopportare le tragedie di non correre più perché costretto su una sedia a rotelle, di non vedere più un tramonto africano perché privato della vista, di non ascoltare più un assolo di Miles o Coltrane perché impedito nella mia capacità di udire; potrei forse, e dico forse, ma comunque dovrei scegliere io se e come farlo, sopportare l’estrema condanna di vivere cosciente, immobile in un letto e collegato ad una macchina. Forse, e dico ancora forse, potrei sopportarlo, a patto di avere ancora facoltà di pensiero e di sentimenti e di poterlo decidere liberamente.
Ma non potrei mai tollerare di vivere come un vegetale, e costringere chi mi sta accanto ad un simile calvario. Senza pensieri, senza sentimenti e relazioni non c’è vita. Io non vorrò mai essere solo un tubo digerente, una creatura biomeccanica, senza umanità alcuna.

Oggi il cielo sopra La Spezia, la mia città, è particolarmente terso e presente.
Sarà il freddo pungente e l’aria rarefatta e gelida dell’inverno, che lo rende di un turchino così intenso. Un cielo così e questo sole favorisce l’umore anche nella tristezza, senza dubbio.
Un pensiero è affiorato inesorabile, frugando dentro di me per scrivere queste righe, vi assicuro, difficili. Anzi, un paio di pensieri.
Uno è dedicato ad Eluana, che finalmente riposa in pace e nella serenità del rispetto della sua volontà e della sua memoria. L’altro, va ad un uomo buono e generoso, che ci ha insegnato cosa sono davvero l’amore per una figlia, la dignità, l’impegno civile e la democrazia.
Massimo rispetto, ed affetto, per Beppino Englaro.

Marco Ursano

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domenica, 11 gennaio 2009
Questo blog aderisce all'iniziativa: tributo a Fabrizio De Andrè a blog unificati

E’ difficile, ricordare Fabrizio de Andrè. Scrivere di Fabrizio, perché non riusciremo ad inventarci niente che non sia banale e già stato detto. E già scritto. Tale e tanta è stata la sua storia, ed enorme la sua eredità di musica e parole. Forse, possiamo soltanto ricordare i momenti preziosi in cui la poesia di Fabrizio de Andrè ha illuminato la nostra vita.


Sono un bambino piccolo, che ha paura. Sveglio nel cuore della notte, perché ha fatto un brutto sogno. Ma non piange più. Perché vede gli occhi di sua madre sopra di lui, e sente la sua voce, a fior di labbra, intonare le prime strofe della Canzone di Marinella. Come una ninnananna. La sua ninnananna, quella preferita. E prima che la canzone sia finita, il bambino non avrà più paura, e si riaddormenterà. E’ una ninnananna particolare, quella. Una canzone con i versi tra i più sensuali della poesia italiana del novecento. Furono baci e furono sorrisi/ poi furono soltanto i fiordalisi/che videro con gli occhi delle stelle/fremere al vento ed ai baci la tua pelle. Marinella che fa l’amore, in un modo così dolce e definitivo che il contrasto con il suo scivolare nel fiume è ancora più tragico. Uno dei primi inni di Fabrizio alla pura bellezza dell’erotismo giovanile, anche nel suo svanire dentro il sonno della morte. Ma questo, quel bambino lo ha capito solo molti anni dopo, riascoltando quella canzone mille volte, e spesso con le lacrime agli occhi.


Il mio amico Massimo, che non vedo mai, perché sta a Milano e torna di rado. Vive in un trilocale a Lambrate con la sua famiglia. Lavora per strada, per quelli della strada. Per offrire loro una possibilità. Ai piccoli rumeni che borseggiano in Stazione Centrale invece che essere a scuola. Ai portoricani delle bande che si accoltellano per un paio di Nike, ascoltando reggaeton. Ai Rom dei ghetti ai margini dell’hinterland. Ricordo la sua voce al telefono, incrinata di emozione, per l’annuncio più importante, la nascita della sua prima figlia. Alla fine, l’abbiamo chiamata così. Nina. Quella di Fabrizio de Andrè. Ho visto Nina volare/tra le corde dell’altalena.


Versioni sgangherate, polifonie alcoliche. Rimbalzano senza soluzioni di continuità nella testa della mia giovinezza: da una spiaggia estiva sotto il chiaro di luna, passando per feste private in qualche casa, dentro a saccoapeli luridi in aule polverose di facoltà occupate, in scompartimenti di treni. Bastano una chitarra, coraggio di stonare e giri di vino. Fiume Sand Creek, Andrea che si è perso, la Guerra di Piero. Mettevano d’accordo tutti, dal punkettone appena rientrato da un pogo selvaggio sotto il palco dei CCCP-Fedeli alla linea, sino all’amante dell’Opera. Non avrai altro Dio all’infuori di me.


Quando abbiamo ascoltato per la prima volta Creuza del Mà, abbiamo sentito una musica ed una lingua al tempo stesso popolari e raffinate, locali ed internazionali. Il suono del Mediterraneo. Ed il dialetto dei vicoli e delle mulattiere che s’innalza e si fa racconto, poesia universale. Perché ci rappresenta come siamo, senza ipocrisie. Noi che stiamo affacciati sul nostro mare, che guardiamo negli occhi quelli della sponda di fronte, che come marinai attraversiamo quello spazio immenso e con stupore e pudore riusciamo a comprenderci in un unico sguardo. E capiamo che quel suono è nostro e di entrambi, un patrimonio comune, che ci rende fratelli al di là delle piccole Patrie. Una consapevolezza, ed un’emozione, che Fabrizio ci ha regalato in anticipo di almeno dieci anni sulle mode etniche. E gruppi come Almamegretta, Sud Sound System, Agricantus, Al Darawish gli devono ancora pegno.


Hotel Supramonte è il pezzo perfetto.
Come “Like a rolling stone” di Dylan, “Redemption song” di Marley, “Because the night” di Springsteen, “Love will tear us apart” dei Joy Division, solo per citarne alcuni. In cui testo, musica, arrangiamenti e voci sono uniti in un’armonia, appunto, perfetta, in cui non bisogna né aggiungere, né levare niente. Perché altrimenti tutto crolla, come un’impalcatura cui sono sottratte le fondamenta a terra. Un pezzo così, basta da solo per passare alla Storia. Corollario: se qualcuno volesse capire davvero il significando profondo della laica pietà, può ritrovarlo nel testo di questa canzone e nelle dichiarazioni pubbliche che Fabrizio rese sul suo rapimento e suoi rapitori. Ma se ti svegli e hai ancora paura/ridammi la mano/cosa importa se sono caduto/se sono lontano.

Live in Piazza dei Miracoli, a Pisa, sotto la Torre del Conte Ugolino. Una band straordinaria, spettacolo di luci amplificato dalle facciate dei palazzi del Vasari. Il tour che segue le Nuvole. Nel 91, l’anno dopo della Pantera. Prima Guerra del Golfo, università in rivolta e Fabrizio, uno di noi. Passano gli anni. L’ultima tournee, l’estate prima di morire. Nel nostro Stadio, Anime Salve, cantata in duetto con suo figlio. Ed una infinita, struggente, versione di Amico Fragile. Poche volte ho amato il Picco come quella sera.


L’amore che strappa i capelli. E’ un messaggio rincorso, vergato su di un pezzo di carta spiegazzato. Una telefonata che non arriva mai. Una notte d’estate madida ed insonne, mentre il mondo fuori è in festa. E’ nel percorso sentimentale di ognuno di noi. E Fabrizio lo ha reso poesia indelebile.


Si erano chiusi per venti giorni dentro la miniera, con qualche chilo di tritolo a tutela delle loro intenzioni e della loro proverbiale cazzutaggine. Lottavano per difendere il posto di lavoro, le loro famiglie, la loro terra, la cultura della loro terra, fatta di budelli nella roccia, gallerie scavate quasi con le mani per estrarre gas e carbone. Ricordo che quando arrivammo davanti a quei cancelli si sentivano nell’aria risate, discussioni concitate in lingua sarda e una voce femminile, che pareva quella di un angelo, cantare Don Raffaè. E dire che da Iglesias, Tempio Pausania è lontano.


Faber affermava di avere poche, ma salde, certezze.Quello che è saldamente certo è che persone come Fabrizio De Andrè, che hanno posto la loro intelligenza, creatività e sensibilità al servizio di tutti noi, hanno contributo a rendere questo Mondo, se non proprio migliore, almeno più accettabile. Oggi, di fronte alle sofferenze del nostro tempo, che ci parlano ancora e sempre di fame, miserie, malattie, vittime innocenti sotto le bombe, lo sguardo lucido e la poesia di Fabrizio ci mancano più che mai. A dieci anni dalla sua scomparsa, l’assenza feroce di un amico fragile non si è affatto attenuata, ma pesa ancora di più.

 

 Marco Ursano

 


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martedì, 06 gennaio 2009
da www.cittadellaspezia.com Editoriale di inizio anno

Felice Anno Nuovo. Sotto le bombe.

 

Mi piacerebbe scrivere di cose belle, affascinanti, mi piacerebbe essere felice, leggero, natalizio, festaiolo, strappare un sorriso e, perché no, una risata al mio lettore.

Invece, mi tocca scrivere di un orrore, con una tristezza lancinante nel cuore.

Semplicemente, perché è un orrore che in questi momenti sovrasta tutto il resto e ci chiama a riflettere, altro che preparativi per il Cenone di Capodanno. In culo al Cenone.

Al pezzo di colore, di costume, su pandoro, botti, luminarie, petardi, cotechino & lenticchie, bollicine e panettone.

In culo. Mi si consenta, e mi si perdoni.

 

Uomini che per difendersi, dicono loro, bombardano altri uomini e, soprattutto, donne e bambini. Ma cosa c’entrano le donne ed i bambini con le guerre? E’ domanda retorica?

Eppure, ci sono sempre entrati, da quando il primo essere umano ha capito che per risolvere il contenzioso con il vicino era più comodo, e più rapido, spaccargli la testa con una mazzata. Dopo, con calma e tranquillità, si potevano violentare sua moglie e sua figlia. Sono troppo crudo? Succede ogni giorno che Dio manda sulla terra, in molti parti del mondo, a migliaia di donne e fanciulle, nella quasi totale indifferenza.

 

In questo momento, mentre sto scrivendo, alle 9.55 di martedì 30 dicembre, le vittime palestinesi del bombardamento israeliano su Gaza sono 345, di cui 61 civili. Tra questi 23 bambini. Gli israeliani uccisi dai razzi di Hamas: 3.

Non vi sembra abbastanza? Fermatevi. Tutti quanti.

Fermatevi.

 

Gli assassini hanno un nome ed un cognome. Andiamoli a leggere, si trovano sui mezzi di informazione. I nomi dei capi.

Si trovano le loro dichiarazioni, che parlano di libertà, diritto e pietà per le vittime. Mai di violenza e di morte. Ricordiamoli. Ricordiamo le loro parole. E le loro azioni.

Non hanno nemmeno la giustificazione che eseguono degli ordini, come un super pilota supersonico che spara un missile inquadrando l’obiettivo su di uno schermo impersonale, in cui non vede gli occhi di chi sta per uccidere.

Perché gli ordini loro li danno.

 

Anche gli assassinati hanno un nome. Ma questo non si trova quasi mai sui mezzi di informazione. Tranne che quando fa notizia sulla notizia.

Come le 5 sorelle palestinesi uccise nel sonno, tutte insieme, da un missile: Jawaher, 4 anni, Dina, 8, Samar, 12, Ikram, 14, Tahrir, 17 anni. Una notizia di colore sulla guerra. Capirai, ammazzate in 5, tutte sorelle….

Eccoli, i loro nomi. Che alla fine di questo pezzo avremo già dimenticato.

 

Il 2008 ci ha raccontato ancora di guerre, in cui le vittime muoiono e soffrono sempre per gli stessi motivi. Interessi economici, sete di potere, strategie geopolitiche, con differenze etniche e religiose come camuffamento. Afghanistan, Iraq, Repubblica Democratica del Congo, eccetera.

Adesso, il degno finale, a Gaza, in un tragico copione che si ripete da decenni.

 

Il 2009 non ci promette niente di meglio. Nonostante le speranze di Pace, che non devono mai morire. Staremo a vedere. Per esempio, se Obama chiuderà davvero Guantanamo.

E se si adopererà veramente per risolvere la questione israelo-palestinese.

Intanto, qualcuno fermi questo ennesimo massacro. Urliamolo forte, tutti, ciascuno con la propria potenza di voce, quella che ha a disposizione.

Parole al vento, lo so. O meglio, che muoiono sullo schermo di un computer.

Ma che bisogna, lo stesso, scrivere.

 

Comunque, felice Anno Nuovo.

 

Marco Ursano

 

 

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martedì, 30 dicembre 2008
Da www.cittadellaspezia.com

Goodbye Harold, messaggero di Pace.

 

Se esiste una frase che forse può raccontare l’uomo, l’artista, l’intellettuale Harold Pinter, può essere questa, estrapolata dalla “lectio magistralis” che tenne presso l’Università di Torino nel 2002, quando gli fu conferita la laurea honoris causa:

 

“Chi non è con noi è contro di noi, ha detto il presidente Bush. E ha anche detto: non permetteremo che le peggiori armi rimangano nelle mani dei peggiori capi di stato del mondo. Giusto! Guardati allo specchio, bello. Quello sei tu.”

 

Una frase che riassume l’impegno civile ed il gusto per l’ironia e la provocazione, elementi fondanti della carriera e della vita di Pinter. Premio Nobel nel 2005 e, fino a pochi giorni fa, il più grande drammaturgo vivente.

Una perdita immensa per la cultura mondiale, e ancora di più per l’umanità tutta. Perché chi non ha avuto la fortuna di assistere ad un suo spettacolo teatrale, ad un film tratto da una sua sceneggiatura o leggere una sua poesia, magari ha potuto ascoltare le sue lucide parole contro la guerra e l’arroganza del potere.

Pinter, finché rimase in vita, fu un’autentica spina nel fianco soprattutto per Tony Blair e tutto l’establishment inglese supino alla politica estera degli Stati Uniti. Specialmente in riferimento a quella che è stata e che rimane una delle più grandi tragedie a cavallo tra questo e lo scorso secolo, la questione irachena, culminata con la guerra e l’invasione da parte degli americani al comando di George W. Bush.

Una guerra scellerata, nata da bugie palesi, in contraddizione con le regole del Diritto internazionale e con la volontà di assoggettare uno stato sovrano per impossessarsi indebitamente delle sue risorse energetiche. Una guerra che ha provocato circa 100mila vittime irachene, 4.000 tra le truppe americane e più di 300 di altre nazionalità, raso al suolo le infrastrutture di un paese tra i più moderni ed organizzati di quella Regione ed i suoi monumenti, accresciuto il risentimento verso l’occidente di milioni di cittadini del Medio oriente e del mondo Arabo, aumentato la conflittualità e la violenza del terrorismo che doveva invece eliminare, contribuito al collasso economico e finanziario degli Stati Uniti ed alla crisi mondiale.

Una guerra alla fine rinnegata dai suoi sostenitori e di cui ha chiesto scusa proprio il suo leader supremo, George W. Bush, uno dei peggiori Presidenti che gli Stati Uniti abbiano mai avuto e che il mondo ha dovuto sopportare.

 

Harold Pinter non aveva paura ad affermare semplici verità. Sempre dalla “lectio magistralis” di Torino:

 

“Gli Stati uniti pensano che i tremila morti di New York siano gli unici morti che contano. Sono morti americani. Gli altri morti sono irreali, astratti, senza importanza.

Dei tremila morti in Afghanistan non si sente mai parlare.

Delle centinaia di migliaia di bambini iracheni che sono morti a causa delle sanzioni inglesi e statunitensi che li hanno privati dei farmaci essenziali non si sente mai parlare. 

Degli effetti dell'uranio impoverito, usato dagli Usa nella guerra del Golfo, non si sente mai parlare. Il livello di radiazioni in Iraq è spaventosamente alto. Nascono bambini senza cervello, senza occhi, senza genitali. E dagli orifizi delle orecchie, delle bocche e dei retti esce soltanto sangue. Dei duecentomila morti di Timor Est, nel 1975, di cui è responsabile il governo indonesiano, ma con il consenso e l'incoraggiamento degli Stati uniti, non si sente mai parlare.

Dei cinquecentomila morti in Guatemala, Cile, El Salvador, Nicaragua, Uruguay, Argentina e Haiti, tutte iniziative appoggiate e finanziate dagli Stati uniti, non si sente mai parlare.

Dei milioni di morti in Vietnam, Laos e Cambogia non si sente più parlare.

Della sofferenza palestinese, fonte principale dell'inquietudine mondiale, se ne parla pochissimo.

E' una pessima cognizione del presente e una ancor peggiore interpretazione della storia”

 

Anche il nostro Andrea Camilleri, per avere detto cose simili dopo la tragedia delle Twin Towers in relazione agli attacchi americani in Iraq ed Afghanistan, nel migliore dei casi fu additato come un demente senile da molta stampa e da molti politici nostrani sempre pronti a calarsi l’elmetto sulla testa. Ed invece raccontava solo la verità.

 

Pinter, e Camilleri naturalmente, sono esempi di come un artista ed intellettuale possa uscire da facili intimismi estetizzanti e calare la sua ricerca, le sue opere, il suo linguaggio nelle contraddizioni della realtà in cui vive; denunciare i soprusi, prendere le difese dei deboli, lottare contro l’arroganza dei più forti e le ingiustizie del mondo senza macchiare il proprio lavoro e la propria vita con una sola goccia di retorica. Un pò come Pasolini, Brecht, Garcia Lorca, Picasso, Marquez, solo per fare qualche esempio, e tanti altri che hanno nobilitato l’ingegno e la sensibilità degli uomini in un secolo attraversato da orrori come il Novecento.

 

La morte di Harold Pinter ha funestato questo finale di anno, che certo di brutte notizie non aveva davvero bisogno. Speriamo solo che la sua scomparsa, come a volte succede, almeno serva ad avvicinare più persone alla sua opera. Una debole consolazione, certo, ma è già qualcosa. A questo scopo, consiglio l’acquisto del volume di Pinter “Poesie d’amore, di silenzio, di guerra”, edizioni Einaudi. Una piccola somma da spendere, magari al posto del solito film polpettone demenziale di Natale o di un giro in un centro commerciale.

Ed anche un piccolo sogno: che la RAI si ricordasse di essere una televisione pubblica, al servizio dei cittadini, con lo scopo di favorire la crescita culturale del nostro Paese e mettesse in programmazione i film sceneggiati da Pinter tra una fiction e un’isola dei famosi. Capolavori come “il servo”, “messaggero d’amore”, “gli ultimi fuochi”, “la donna del tenente francese”. Sono sicuro che ci sono, negli archivi RAI, sepolti tra scaffali polverosi. Tirateli fuori, allora.

 

Marco Ursano

 


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lunedì, 08 dicembre 2008

da www.cittadellaspezia.com del 7 dicembre 2008

L’uomo senza memoria.

Si è spento all’età di 82 anni in un istituto di cura del Connecticut, Henry Gustav Molaison, l’uomo senza memoria. H.M., com’era chiamato comunemente, è stato il più grande caso di neurologia di tutti i tempi, conosciuto dai medici di tutto il mondo. La sua particolarità era quella di vivere ogni giorno come se fosse sempre lo stesso, in una sorta di “qui ed ora” perenne, uno spazio tempo inesorabilmente bloccato e sempre uguale a se stesso.
La sua mente non era in grado di ricostruire la memoria remota e recente e quindi di accumulare ricordi, emozioni strutturate ed esperienze. Dal 1953, e per 55 anni.
Tutto questo a causa di un incidente stradale e di un’operazione andata male, un’asportazione di una piccola parte del suo cervello priva di ogni fondamento scientifico, in un’epoca in cui la scienza medica non aveva strumenti di indagine approfonditi come la TAC o le risonanze magnetiche.
Grazie a H.M, dal 1962 la medicina moderna ha scoperto che esistono due tipologie di memoria: una che riguarda nomi, volti, nozioni, avvenimenti, frammenti di vissuto che sono ordinati, archiviati e recuperati in modo cosciente e consapevole, l’altra che agisce nel profondo dell’inconscio. Questo secondo tipo è quello che ci consente, ad esempio, di guidare un’automobile o andare in bicicletta anche dopo molto tempo che non lo facciamo ed esserne immediatamente capaci.
H.M ha trascorso più di metà della sua vita come una cavia. Le sue parole, le sue reazioni, le sue emozioni sono state testate, analizzate, registrate, discusse, elaborate, sintetizzate con cura maniacale da nutrite equipe di ricercatori ed il suo cervello sarà conservato presso il MIT di Boston. Come quello di Einstein.

H.M è vissuto per il tempo infinito ed insieme circoscritto di 55 anni ricordando solo il suo nome ed alcuni accadimenti epocali, come la crisi del ’29 e la Seconda Guerra Mondiale. Oltre a questo, poco altro e molto buio. L’oscurità spessa e profonda dell’assenza di ogni memoria. L’angoscia continua di non potersi riconoscere ed essere riconosciuto dai propri ricordi, dai propri simili e dai propri affetti. E contemporaneamente, non poter progettare alcun futuro. Non potere nemmeno pensarlo.
Una condizione disumana, aggravata dal continuo stress di essere considerato un oggetto di studio, trattato come un topo da laboratorio. Una condizione forse solo in parte attenuata dalla presenza dei propri genitori e dei familiari accanto a lui, finché sono rimasti in vita e sono stati in grado di accudirlo, come un eterno bambino.
Forse, H.M. è stato proprio questo. Un fanciullo che non è mai cresciuto, in possesso solo della facoltà di misurazione del tempo propria dei bambini: un giorno dopo l’altro come un flusso indistinto di giorni, senza porsi il problema di cosa sarà il domani. Quello che ti cominci a chiedere solo in un secondo momento, quando cresci, e questa domanda reca con se tutto il carico di incertezza e di paure con cui dovrai imparare a convivere per il resto della tua vita.

Questa storia così triste, al di là dei benefici alla ricerca medico/scientifica e quindi a tutti noi che può avere portato negli anni, potrebbe essere letta come una metafora della solitudine ed alienazione dell’uomo occidentale. Una condizione che ognuno di noi, per un istante, se chiude gli occhi e cerca di immedesimarsi, può riconoscere come propria.
Infatti, non è questa l’epoca della società dell’effimero, della forma dell’attimo a scapito della sostanza sedimentata nel tempo, del tutto e subito, della perdita di memorie storiche e culturali collettive, di una vita talmente precaria e ripetitiva da negare quasi un suo svolgimento in divenire, e quindi un progetto di futuro da realizzare?
Ed ancora, non sono forse uomini senza memoria coloro che danno fuoco ad un clochard per divertimento, o riempiono di botte un ragazzo in un parco solo perché il colore della sua pelle e la sua lingua sono diverse dalle loro?

La perdita della memoria collettiva presuppone quella dei sentimenti e dei valori condivisi su cui i popoli possono e devono costruire percorsi di convivenza, civiltà e democrazia. Non a caso, il ricordo dell’Olocausto viene perpetuato ogni anno come “Giornata della Memoria” per antonomasia, nella data del 27 gennaio, con la forza di un monito affinché quell’orrore non si ripeta più.
H.M è anche, suo malgrado, metafora di coloro che vorrebbero fermarli, il tempo e la memoria. Specialmente nella loro dimensione individuale, riferita al nostro corpo. Quelli che non accettano che i segni del tempo modifichino e trasformino i nostri lineamenti, la nostra pelle, le ossa, i muscoli e ricercano un concetto estetico che trova nel “qui ed ora” la sua essenza.
Solo che, in questo caso, fermare il tempo significa rivestire il nostro corpo con una pellicola innaturale ed irrazionale, trasfigurandolo in una nuova valenza estetica che sa solamente di fasullo ed artefatto. La chirurgia estetica come pornografia della memoria. Meglio accettare il tempo che scorre, con le sue rughe e le sue pieghe in funzione di testimoni muti, ma reali, ed a loro modo portatori di nuova bellezza.

Del resto, la società dello spettacolo esige eroi perennemente giovani e con il cervello perennemente resettato.
Perché sono rassicuranti, consolatori e rappresentano il sogno di elevare la propria misera condizione sino al successo con poco prezzo, senza fatica. Perché appiattiscono ogni differenza, talento e valore ed immergono nell’oblio della vacuità tutti i problemi reali.
La filosofia del reality show, in cui tutto è finto, omologato, anche la fame, perché la fame vera non è scandita dalle telecamere e non ha quasi mai possibilità di saziarsi.
In fondo, si può anche affermare che Henry Gustav Molaison è stato l’antesignano dell’eroe del reality show.
Adesso, gli scienziati si sono trasformati in autori televisivi. Per creare tanti emuli inconsapevoli di H.M e costruirci sopra strategie di marketing.

Marco Ursano


I cenni biografici e la foto di Henry Gustav Molaison sono tratti dal New York Times


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domenica, 30 novembre 2008
da www.cittadellaspezia.com, domenica 30 novembre 2008

Dal Black Friday allo shopping in Centro.

La scena è questa: manca appena un’ora alla mezzanotte, in un immenso parcheggio di una qualsiasi cittadina della profonda provincia americana. Un veloce piano sequenza inquadra una specie di accampamento metropolitano: tende, camper, numerosi e nutriti assembramenti attorno a falò accesi. A giudicare anche dalle tenute delle persone, più adatte ad una spedizione sull’Himalaya che ad una veglia cittadina, il clima sembra piuttosto rigido. L’immagine generale ricorda un film del filone catastrofista, quelli in cui i cittadini sfollano in massa dalle loro case attaccate da terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni, uragani ed epidemie d’intensità e pericolosità mai viste prima.
Invece, non appena la telecamera stringe su qualcuno dei campeggiatori improvvisati e partono le domane dell’intervistatore, il mistero si risolve immediatamente. Che poi è un mistero solo per me, perché i milioni di telespettatori americani sanno benissimo cosa sta succedendo.
Televisori al plasma. Computer. Telefonini e Play Station. Una macchina nuova. Vestiti e scarpe. L’elenco dei desideri.
La scena cambia di nuovo e adesso sono inquadrati decine di energumeni in divisa che tengono a bada, proprio fisicamente, a spintoni, minacce e sfollagente, una folla inferocita che preme sull’entrata di una grande magazzino, di quelli enormi dove c’è di tutto, tipo quello distrutto dalla folle corsa in auto di John Belushi e Dan Aykroyd, in quel capolavoro di film che fu Blues Brothers.
Esplode nell’aria il suono assordante di una sirena, gli energumeni rallentano un secondo la pressione, le porte si aprono e sono travolti dalla massa urlante che si precipita all’interno.
E’ iniziato il Black Friday.

A mezzanotte e un minuto del 28 novembre inizia ufficialmente negli Stati Uniti la stagione dello shopping natalizio. Alcuni negozi e grandi magazzini aprono nel cuore della notte, per sfruttare al massimo ogni minuto del cosiddetto Black Friday, venerdì nero, il giorno dopo il Ringraziamento che, per tradizione, inaugura il periodo degli acquisti. Il nome “Black Friday” deriva dal fatto che i conti dei commercianti dovrebbero passare dal rosso al nero, ossia in attivo. Le previsioni di quest’anno, però, tendono al rosso: "Potrebbe essere la stagione natalizia peggiore di sempre", ha dichiarato Marshal Cohen, analista di Npd Group, secondo cui le vendite di novembre e dicembre potrebbero calare piu' del 3% rispetto all'anno scorso. Ancora piu' pessimista Richard Hastings, di Global Hunter Securities, secondo cui le vendite potrebbero ridursi tra il 6 e l'8%, mentre Britt Beemer di America's Research Group, società che ha previsto rialzi negli ultimi 23 anni, ha previsto un calo dell'1%. In questi due mesi, per i negozianti americani si concentra circa il 50% delle vendite dell'intero anno. Una stagione negativa avrebbe ripercussioni drammatiche sulla debole economia americana. Inoltre, dato l’impoverimento generale della popolazione americana ed in particolare i ceti medio bassi, è atteso in calo anche il numero di persone che andranno a fare acquisti nel week end del Black Friday. Secondo la National Retail Federation, circa 128 milioni di americani si dedicheranno allo shopping in questo periodo, una cifra significativa, ma comunque inferiore ai 135 milioni di persone dell'anno scorso. In netto aumento - circa il 21% - il numero di offerte che i negozianti metteranno a disposizione dei propri clienti. Altra tradizione del Black Friday è, infatti, quella delle vantaggiose offerte sui prodotti. Una sorta di nostri “saldi”, però anticipati di un mese.

E da noi? Anche qui, una specie di Black Friday è in atto, e non da poco. Basta passeggiare per le vie del centro, anche nella nostra città, e si noteranno subito i molti negozi con saldi mascherati dalle più svariate alchimie di marketing promozionale. In effetti, i negozi più “creativi” sono abbastanza frequentati, sicuramente più di quelli che mantengono i prezzi standard, aspettando i saldi di Gennaio. In questi, molto spesso regna il più desolato dei deserti. E’ solo un’analisi superficiale ed empirica, frutto del puro metodo dell’osservazione, ma credo piuttosto vicina alla realtà.
Siamo proprio degli strani animali: bastano alcune paroline magiche come “sconti”, “svendita”, “liquidazione” e ”promozione”, perché la scimmia da acquisto selvaggio si scateni dentro di noi e prenda il sopravvento, anche se il periodo è gramo, e se la cinghia, a costo di tirare, non ha nemmeno più bottoni e siamo già arrivati alla fibbia dopo la circumnavigazione delle nostre panze sempre più magre. Di tutto quello che acquisteremo per noi o per gli altri in questo periodo natalizio, quali e quante cose saranno realmente necessarie alle nostre vite ed a quelle dei nostri cari? Temo, in pratica, nessuna, ma le compreremo lo stesso. Così, la nostra esistenza ci sembrerà meno grigia e più felice. Nonostante tutto.

Qui il ragionamento ci porterebbe lontano. Qual è, infatti, la discriminante tra “necessario” e “superfluo”? Un libro, un cd musicale sono “superflui” perché in fondo esulano dai bisogni primari di mangiare, vestirsi, avere un tetto sotto cui ripararsi, o “necessari” per l’arricchimento culturale ed umano di ognuno di noi? Immagino che la risposta sia banale, ma nella sua banalità abbastanza tragica: il libro è necessario solo per chi se lo può permettere. Per coloro i quali il “necessario della sussistenza” non rappresenta un elemento di crisi: bollette, mutui, spesa nei supermercati, non sono un problema da risolvere ogni giorno, una battaglia da vincere, ma la normalità di una condizione. Semmai, il problema è trovare un albergo carino in centro per una settimana a Parigi.
Il guaio è che le persone per cui la vita quotidiana sta diventano una guerra sono in netto aumento, e molti di loro, qualche tempo fa, erano tra quelli che si struggevano per trovare le offerte migliori dei voli a lungo raggio per Goa. La crisi purtroppo c’è, è reale, e la pagheremo ancora una volta noi. Non certo quelli che l’hanno provocata.

Per fortuna che c’è ancora l’ottimismo del consumo che ci viene inculcato un giorno sì e l’altro pure dai nostri Capi Supremi, ed i pacchetti e pacchettini “scacciacrisi” scritti in dieci minuti a margine dell’ennesimo libro che ci spiegherà il futuro economico del nostro mondo. Ci aiuteranno a risolvere i grandi enigmi di dicembre: pagare bollette, affitti, mutui (meno male che c’è il tetto!), anticipi di tasse (ah sì, ma sono diminuiti del 3%, bontà loro), rimpolpare la pensione e la spesa (viva i bonus e le tessere magnetiche sociali!) oppure consumare, acquistare, regalare?

“Produci, consuma, crepa”…il testo di una vecchia canzone del rock italiano, metà anni ottanta. Sarebbe attualissima anche oggi. Buon shopping a tutti!

Marco Ursano

(i dati sul Black Friday americano del 2008 sono tratti da un’inchiesta di RAInews24)

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domenica, 23 novembre 2008
da www.cittadellaspezia.com del 23 novembre

138 amici, ed è solo l’inizio.

Oggi ho 130 amici, ma domani ne avrò di più. E dopodomani ancora, ed ancora. Si può dire che ogni giorno trascorso qui reca un nuovo amico, e non sono arrivato da molto. Appena un mesetto. Alcuni li conosco già da tempo, ma non li sento da anni. E non ho molta voglia di parlarci, nemmeno adesso. Solo, me li tengo vicini, mi basta che ci siano. Tanto, non saprei cosa dire, di cosa parlare. E’ talmente tanto tempo che non ci vediamo e le nostre vite sono cambiate troppo, hanno preso direzioni differenti.
Molti di loro, quando si sono presentati, li ho riconosciuti subito, al volo. Altri, ho fatto un po’ fatica, ho dovuto concentrarmi bene sulla loro immagine. Alla fine, li ho accettati, anche mio malgrado. Quando una persona riaffiora improvvisamente dal tuo passato remoto, o la riconosci subito o fai fatica. In ogni caso, è uno shock. Perché tu credevi di averlo chiuso, quel capitolo, di avere smarrito tutte le tracce, cancellate.
Un altro file della vita resettato, che, inaspettato, si riapre, e ti scaraventa addosso tutto il suo contenuto. Se non altro, ti ricorda che il tempo trascorre inesorabile.
Praticamente, un virus.
Altri amici sono conoscenze recenti, anche molto ravvicinate a livello cronologico, e magari ci parlo ogni giorno, più volte il giorno. Perché sono brillanti, simpatici e mi fanno divertire.
C’è bisogno di ridere un poco, di questi tempi, come c’è bisogno di amici.

Ora ho 132 amici.
Detto, fatto: il tempo della scrittura ha coinciso con quello del flusso della vita.
Può accadere solo qui ed adesso, nella penombra di questa interzona, una terra di confine tra la realtà e la nostra coscienza. Un luogo in cui possiamo apparire anche diversi e migliori, ed inventarci le nostre colonne sonore. Offrire al nostro micro mondo immagini e pensieri, anche ritoccati. Album e parole che esaltano i momenti salienti delle nostre vite, annullando così quelli penosi. Come se fossimo tutti eroi, e più buoni, intelligenti, affabili, disponibili. Volendo, in questa sterminata comunità che vive e respira in sincrono, senza soluzione di continuità, è possibile conoscere e condividere idee ed opinioni, anche altre, diverse dalle nostre. Discutere, perorare, analizzare, viaggiare di sintesi e di confronto.
Quando ne abbiamo voglia, naturalmente, e tempo.
Altrimenti, è più facile, ed anche più divertente, sublimare nel cazzeggio. In fondo, dobbiamo già sforzarci di pensare, conoscere, reagire, decidere, agire nella nostra corsa quotidiana, che un piccolo angolo di cazzate non può farci che bene.
Tutto vero, sarebbe. Un piccolo particolare, però: la fuori c’è n’è una tale abbondanza di cazzate! Nella vita vera, intendo.

Ne sono arrivati altri 2. E così siamo a 134.
Che botta, oggi! E poi, ora che metto a fuoco, due esseri appartenenti al genere femminile.
Una vecchia fiamma con cui i rapporti sono rimasti freddi e formali per anni, chissà perché vuole riallacciare proprio qui ed ora. Forse, pensa che in un altro ambiente, in un mondo nuovo, qualcosa possa riaccendersi, o forse è stata attraversata da una crisi esistenziale con tanto di moto di nostalgia per i bei tempi andati. Ma perché pensare a me, allora? Non è che c’eravamo lasciati poi tanto bene, nel secolo scorso. O forse sì? Potrei chiederglielo facilmente, aprire uno dei tanti canali comunicativi e di relazione che questa comunità ci mette a disposizione, ma so già che non lo farò. O almeno, non per primo.
L’altra è una sconosciuta. Ma amica di amici, di amici, di amici. Evidentemente, vuole intrufolarsi nella mia vita, scavare nel mio profilo, visionare il puzzle delle mie immagini. Per fortuna, è carina. Un buon inizio. Dico così, per dire, solo per un astratto piacere estetico. Tra gli amici miei è presente anche mia moglie, e quindi può vedere tutto quello che avviene qui.
Con lei non posso nemmeno appellarmi alle regole della privacy, in famiglia non fanno testo, ed aggraverebbero solo la situazione, aumentando sospetti e diffidenze.
No, la trasparenza prima di tutto. Solo amiche, sono.
Farei bene invece a preoccuparmi dei numerosi mosconi che ronzano attorno alla mia dolce metà, invece, senza alcun riguardo per il sacro vincolo.

135!
Questo l’ho beccato durante una gita a Machu Picchu, un reportage degno del National Geographic. Non lo vedevo da anni, e non è cambiato molto. Sempre il solito coglione mitomane e presuntuoso. Grande soddisfazione: ha ricambiato la mia richiesta di amicizia dopo pochi secondi, aggiungendo anche un messaggio con saluti calorosi. E commentando da vero esperto il mio viaggio di nozze in Namibia esposto nella bacheca. C’è stato anche lui, anche se non si è spinto come noi sino ad Opuwo, la terra Himba ai confini con l’Angola. Condividiamo. Armonizziamo. Creiamo comunità. E’ bello condividere viaggi, situazioni, esperienze. Qui, in poco tempo e con poco sforzo, puoi passare da un party nelle colline toscane ad un trekking in Nepal, da una festa di laurea a Buenos Aires ad un tour nel deserto del Sud del Marocco, navigando tra le Bocche di Bonifacio ad Agosto, sorvolando un fiordo delle Fær Øer, per atterrare dolcemente tra gli skylines di Sidney.
Se sei fortunato, e un poco guardone, ti puoi facilmente imbattere ed immedesimarti in nascite, battesimi, cresime, comunioni, compleanni, feste di addio al celibato e nubilato, matrimoni, primi dentini, settimane bianche, ferragosti in barca, gite scolastiche dense di amarcord, zingarate tra amici, convention aziendali, eccetera, eccetera, eccetera.
Insomma, chi più ne ha, più ne metta.
Tutto quello che vuoi, in diretta, 24 ore su 24, dal grande palinsesto della Vite degli Altri.

136,137,138.
Per oggi è finita, ormai è molto tardi. Infatti, c’è poca gente attiva, quasi nessuno in giro. Anche se qualcuno sostiene che la vera vita di questa comunità si scatena proprio di notte, quando si trasforma in una sorta di Peyton Place o, per i più epici, in una mitologica Sodoma e Gomorra. Sarà, ma adesso ne vedo pochi in azione. Magari il bello inizia ancora più tardi, a notte fonda, il regno dei veri nottambuli, quelli di professione, che non crollano mai; non certo i fresconi come me, quelli che alle undici già combattono una guerra persa in partenza, contro il calare inesorabile della palpebra.
C’è giusto il tempo per le ultime missive, un piccolo aforisma, una citazione, una frase intelligente per far sapere a tutti quanto siamo fighi, unici ed irripetibili; un controllino sull’andamento delle decine di club e di gruppi a cui siamo iscritti, non si sa mai ci fossimo persi qualche evento dell’ultima ora, ed è proprio arrivato il momento di staccare la spina e salutare tutti.
Solo per qualche ora, però. Domani è un’altro giorno e tutto ri-inizierà, da capo. Come ogni giorno. Dannatamene e meravigliosamente uguale ad oggi, in questo spazio sospeso che ci consola.
Ci vediamo, amici miei.  Su FaceBook, naturalmente!

Marco Ursano


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martedì, 18 novembre 2008

Coloro i quali erano presenti al G8 di Genova 7 anni fa, sanno benissimo cosa è realmente successo, perché lo hanno visto con i loro occhi e subito sulla propria pelle. Ma questi non sono né testimoni attendibili, né vittime riconosciute: solo gentaglia, che voleva mettere a ferro e fuoco una città. E che questa gentaglia fosse composta in larga misura da persone anziane, mamme con bambini, studenti, lavoratori, associazioni di base e di volontariato anche religiose, è assolutamente ininfluente; tutta marmaglia pappa e ciccia con no global sovversivi, cobas, manifestanti di professione. E con i terribili Black Block, giunti da tutta Europa per l’occasione, talmente schedati e pericolosi da essere stati prontamente arginati e bloccati dalle Forze dell’Ordine ancora prima di mostrare i loro brutti cappucci neri in piazza (per garantire il corretto svolgimento dell’ordine pubblico ed il diritto di manifestare al resto dei dimostranti; ma non è andata così?)

Coloro i quali non erano presenti quei giorni a Genova, ma hanno letto migliaia di parole e visto ore di immagini prodotte da giornalisti e media liberi ed indipendenti, spesso stranieri, sanno benissimo cosa è realmente successo, perché quelle parole e quelle immagini sono la prova evidente e facilmente consultabile della Verità. E questi sono solo anime belle, sempre pronti ad indignarsi contro qualcuno o qualcosa.

Anche coloro che non erano presenti, non hanno visto le parole e le immagini di media e dei giornalisti liberi ed indipendenti, ma si sono limitati a fruire delle parole e delle immagini tagliate, edulcorate, falsate dei media che liberi ed indipendenti non sono e non saranno mai, in fondo al loro cuore ed alle loro menti sanno benissimo cosa è realmente successo.
Basta un leggero sforzo, una piccola operazione di memoria e di coscienza.
Basta essere un poco onesti con se stessi, a prescindere dal segreto custodito nell’urna elettorale.
Questi sono solo elettori tenuti in letargo, da svegliare ogni 4 anni o giù di lì. Non più cittadini, perché ai cittadini non bisognerebbe raccontare balle.
Perché anche quelle immagini e quelle parole, pur manipolate e distorte, non sono riuscite a nascondere e ridimensionare più di tanto la Verità.

E coloro i quali dall’alto del loro potere hanno sempre mentito sapendo di mentire e continuano a farlo ancora oggi, sanno benissimo cosa è successo realmente a Genova in quei giorni.
Semplicemente, perché lo hanno deciso e organizzato.
E nel migliore dei casi, hanno agito come collusi.
Loro sono quelli che pensano, parlano ed agiscono senza vergogna.
Sono quelli che se tu contesti l’operato della Polizia in un dato momento, per una data situazione (G8, Gabriele Sandri, cortei di studenti aggrediti da militanti di estrema destra indisturbati, ecc.), chiedendo giustizia e verità e non ti sogneresti di mai di pensare che i poliziotti sono criminali, picchiatori o quant’altro, ti dicono che sei contro la Polizia, le Forze dell’Ordine, lo Stato.
Allo stesso modo, se non sei d’accordo con la guerra in Iraq di Bush ti dicono che sei antiamericano.
Se ti ripugna ed indigna la morte di bambini palestinesi innocenti nella striscia di Gaza, antisemita.
E così via, la letteratura di propaganda di potere tracima di molti altri esempi.

 

A volte, non servono i processi per far conoscere la verità. Come in questo caso. Come sul G8 di Genova. La sappiamo già, in molti, moltissimi, anche fuori dei nostri confini.
Sicuramente, i processi servono per fare giustizia, restituire dignità ai cittadini ed autorevolezza allo Stato democratico.
E per porre dei paletti, creare dei capisaldi del Diritto.
Un messaggio, chiaro, a tutti, per sempre: questo non si fa più.
Oppure: potete continuare a farlo, tanto non sarete mai giudicati colpevoli.

Purtroppo, è quello che è successo con la sentenza sulla Scuola Diaz. Come con quelle sulla caserma di Bolzaneto e sulla morte di Carlo Giuliani.
Il messaggio è molto chiaro, e diretto ad una parte precisa del Paese. Guarda caso, quelli che sono in piazza in queste settimane contro la precarietà e per difendere l’Istruzione pubblica, tanto per fare un esempio. Un domani, sarà rivolto a quelli che difenderanno la sanità pubblica e i posti di lavoro, o qualche altro diritto.

Un messaggio d’impunità. Che consente arbitrio, abusi, regole decise al momento, azioni che contemplano anche la palese violazione delle garanzie democratiche, uso indiscriminato della violenza.
Proprio quello che è successo a Genova.
O vogliamo far finta di credere alla favola di pochi poliziotti facinorosi e fuori controllo dai loro Dirigenti?
Io so, diceva Pasolini, e no ho le prove.
Noi le prove le abbiamo, eccome.

 

Marco Ursano

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domenica, 09 novembre 2008
Da www.cittadellaspezia.com del 9 novembre 2008

Chi paga davvero le nostre telefonate?

Cosa può venire in mente se, per puro caso, ci capita di sentire pronunciare o di leggere la parola “coltan”? Forse il nome di un mostro guerriero dei Gormiti? Una squadra di calcio della serie C scozzese, un improbabile “Coltan Football Club”? E ancora, un cartone animato giapponese, uno stilista di tendenza che impazza nei loft della Grande Mela?

In verità, il coltan è una specie di sabbia nera, leggermente radioattiva, composta dai minerali di colombite e tantalite: Coltan, per brevità.
Dal Coltan viene estratto il tantalio, un metallo raro, molto duro e resistente alla corrosione.
Da componente per la produzione missilistica e nucleare e per il settore aereospaziale, oggi è l’elemento più ricercato dai produttori di telefonia mobile ed in genere di tecnologia di comunicazione ed intrattenimento.
Telefoni cellulari, personal computer, videogames, ma anche materiali ad uso chirurgico ed odontotecnico, per esistere e funzionare devono contenere la loro bella componente di microcondensatori al tantalio. E’ facile quindi comprendere come il Coltan sia un beneficio fondamentale per le nostre esistenze di cittadini di paesi occidentali avanzati.
Questa simpatica polverina nera gioca un ruolo insostituibile nelle nostre relazioni affettive, nel nostro lavoro e nel tempo libero.

Il Coltan ha un peso simile a quello dell'oro, e pressappoco lo stesso valore. L'80% delle riserve mondiali di Coltan si trovano in Africa e l'80% di queste sono nella Repubblica Democratica del Congo. Essenzialmente nel Nord Kivu, la regione confinante con Uganda, Ruanda, Burundi.
La Regione dei Grandi Laghi. Quella che rimanda alle storiche imprese degli esploratori dell’ottocento, “Dottor Livingstone, I Presume..” ed era il 10 novembre 1871, sulle coste del Lago Tanganica. Il Dottor Livingstone non poteva nemmeno immaginare quali sarebbero state le conseguenze delle sue esplorazioni alla ricerca della foce del Nilo. Lui non conosceva l’ignoranza, l’arroganza e la violenza di quello che fu il colonialismo. Alla sua morte, il suo corpo fu trasportato a braccio dalle popolazioni di quelle terre per mille miglia, affinché potesse avere degna sepoltura in Patria. Lui voleva esplorare L’Africa, non violarla e saccheggiarla.

In questi giorni, forse sarà capitato a qualcuno di assistere in televisione alle agghiaccianti immagini provenienti dal Congo: immagini di morte, sofferenza, miseria. Le immagini della guerra. Uno dei conflitti più cruenti dalla fine della Seconda Guerra mondiale. In dieci anni, quattro milioni di morti, a causa delle violenze, della denutrizione e delle malattie. Una guerra infinita in cui le popolazioni civili pagano il prezzo più alto, veri e propri ostaggi e vittime delle milizie delle varie fazioni. Lo stupro selvaggio e ripetuto delle donne come strumento di strategia militare (18mila, fonte ONU), l’arruolamento di soldati bambini, bambine ridotte in schiavitù. Una guerra che non si fa mancare niente della tragica drammaturgia bellica Africana: lungo periodo coloniale denso d’ogni tipo di vessazione e violenza, odi etnico-tribali sempre in bilico tra fuoco sotto la cenere e divampare d’incendi, governi retti da satrapi locali, finti movimenti d’opposizione che in realtà sono solo bande criminali armate, territorio ricco di minerali e materie prime, interessi e condizionamenti di Stati e multinazionali occidentali, un periodo belligerante lunghissimo in cui le armi non tacciono mai, nonostante tentativi ripetuti d’accordi, conferenze di pace, tregue, invio di caschi blu, aiuti internazionali. Solo che questo, purtroppo, non è teatro.

Nel 2001, l’ONU ha condotto un indagine sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali della Repubblica Democratica del Congo: diamanti, oro, rame, cobalto e, naturalmente e principalmente, Coltan. E’ venuta fuori un’allegra pappatoia in cui gli attori sono: signori della guerra locali, governo della RDC, governi di Uganda e Ruanda, Zimbabwe, Angola e, last but non least, Namibia; e, ancora, come ciliegina sulla torta, un paio di aziende controllate da multinazionali Europee molto importanti. Tutti assieme appassionatamente, senza differenze tribali, altro che guerra etnica. Tutti ingredienti che potenzialmente potrebbero provocare un allargamento dei conflitti a macchia di leopardo sino a fare scoppiare una vera e propria guerra continentale.La formula del successo è semplice: uno stato che formalmente esiste, ma che, di fatto, è un insieme di territori governati da questo o quel criminale, autoproclamatosi signore e padrone grazie al suo esercito di bambini drogati. Il signore ha rapporti privilegiati, fiduciari e diretti con questa o quell’impresa, a cui vende direttamente il Coltan (o rame, o diamanti, cobalto, oro) estratto da schiavi sicuramente molto garantiti e sindacalizzati, per la maggior parte donne. In barba ad ogni fastidioso laccio e lacciolo delle legislazioni internazionali in termini di concessioni minerarie ed estrattive: no tasse, no burocrazie, no controlli di flusso di denaro, no diritti e doveri verso la manodopera. Ed in barba alle missioni di pace dell’Onu, che per mancanza di fondi, uomini, strutture, mandati e regole chiare di intervento e di ingaggio, poco o nulla fanno ed anzi assistono impotenti. La cosa incredibile è che in Congo è presente la missione ONU più importante del mondo in termini di uomini, 17mila caschi blu, e con regole di intervento che autorizzano l’uso della forza per disarmare le milizie e proteggere le popolazioni. Nonostante questo, l’orrore continua. Ora, ad aiutare le popolazioni colpite ci sono soltanto le poche e coraggiose ONG, che svolgono un lavoro ai limiti dell’impossibile. Ce ne sono anche alcune del nostro Paese, in prima linea. Per esempio, si può leggere la testimonianza di Simona Pari sull’ultimo numero dell’Espresso.

Questa guerra, quest’ennesimo orrore del nostro tempo, che ci auguriamo possa finire il prima possibile, ci può spingere ad interrogarci per qualche istante sul nostro modello di vita e di sviluppo. Su cosa siamo diventati. La nostra possibilità di benessere, il nostro diritto a comunicare, ad utilizzare il prodotto della ricerca e dell’intelligenza dell’uomo, è troppo volte pagato da vittime innocenti, dai dannati della terra che scontano per noi sofferenze indicibili, talmente incredibili da sembrare irreali, solo immagini di un documentario. In realtà, le nostre telefonate le pagano loro: i tabulati sono negli occhi di quei bambini, di quelle donne.

Riflettiamoci, solo un po’. Magari, quando molti di loro per fuggire da quegli orrori busseranno, disperati, alle nostre porte, riusciremo ad essere un poco più umani e meno discriminatori di come ci comportiamo adesso.

Marco Ursano

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mercoledì, 05 novembre 2008
Editoriale da www.citadellaspezia.com

Barack Obama, un sogno lungo 45 anni.

Editoriale

 

Era il 28 agosto del 1963 il giorno in cui Martin Luther King, durante la marcia per il lavoro e la libertà davanti al Lincoln Memorial di Washington, pronunciò la celebre frase “I have a dream”, che sintetizzava le aspettative d’emancipazione, i desideri di libertà e di giustizia della comunità afroamericana. In un periodo storico in cui, in molti stati americani del Sud, agli uomini ed alle donne di colore era impedito di camminare negli stessi marciapiedi, sedersi sugli stessi sedili degli autobus, frequentare le stesse scuole ed università, percepire lo stesso salario dei bianchi. Per questo discorso, per molti altri, per le sue lotte, per il netto rifiuto alla guerra in Vietnam, Martin Luther King fu assassinato nel 1968.
Ma l’eco di quelle parole, di quella frase, non morì affatto con lui, anzi diventò sempre più forte nelle coscienze di milioni di persone, attraversò molte fasi storiche assumendo un valore ancora più universale, diventando un simbolo di lotta democratica non solo per il popolo afroamericano, ma per tutti i popoli, a prescindere dalla condizione e dal colore della pelle.

Oggi, dopo 45 anni da quelle parole, un afroamericano diventa Presidente degli Stati Uniti.
Per molti è davvero la realizzazione di un sogno, un traguardo raggiunto a prezzo d’enormi sacrifici e con una partecipazione popolare nuova e straordinaria.
Mai come ora, non solo il popolo Americano ma tutto il mondo guarderà a Barack Obama con un’attenzione ed un interesse del tutto inediti. E non solo per il colore della sua pelle, per la sua biografia ed il suo nome, già di per sé simboli d’apertura, distensione, convivenza tra popoli, tenacia. Ma, appunto, solo simboli.
Che andranno riempiti di contenuti, scelte, decisioni, in politica interna ed estera.
Obama ha vinto le elezioni grazie alle sue idee ed al suo programma, ma soprattutto alla sua capacità evocativa e di mobilitazione delle masse popolari intorno alla sua figura, alla sua (e del suo staff) estrema intelligenza nell’utilizzare un sapiente mix di comunicazione multimediale.
Nessun politico prima di lui aveva saputo sfruttare così bene le potenzialità di Internet, creando una e vera e propria Community internazionale a suo favore. Basta fare un giro su FaceBook per rendersene conto. E nessun candidato alla Presidenza americana ha saputo intercettare come lui il consenso ed il voto dei giovani e dei giovanissimi.

Adesso, subito dopo questo traguardo di reale portata storica, iniziano le sfide più difficili. Da cui dipenderà non solo il futuro del popolo americano, ma anche quello del mondo intero. Specialmente in questa fase, in un momento di grave recessione, provocata anche dalla lunga notte di scelte dissennate della precedente amministrazione Bush.
Perché, al di là dei programmi di riforma sanitaria, finanziamento e sostegno dell’istruzione pubblica (a qualcuno qui da noi fischiano le orecchie?), rilancio degli investimenti nelle energie rinnovabili intese come opportunità di sviluppo e non solo come strumenti di salvaguardia ambientale, solo per citare alcuni dei punti di programma di Obama, la discontinuità con il passato e il cambiamento li giudicheremo anche e soprattutto dalle scelte di politica estera.
Gli stati uniti sottoscriveranno il trattato di Kyoto? Quali saranno i rapporti con la Russia, specialmente sulla questione caucasica? Sarà chiusa Guantanamo? Ci sarà il ritiro delle truppe americane dall’Iraq? Ed in quali tempi e modalità? Il futuro dell’Afghanistan? Quale sarà la politica di Obama nei confronti del problema Israeliano-Palestinese e del mondo arabo in generale?
Molto dipenderà dalla capacità di autonomia e di mediazione che Barack Obama riuscirà a dimostrare nei confronti di quelle lobby di potere, in primis quelle finanziarie, del petrolio e delle armi, che di certo non hanno gradito la sua elezione e che di fatto hanno condizionato pesantemente la politica americana negli ultimi dieci anni e vorranno continuare a farlo.
Dalla sua parte, Obama ha e dovrà riuscire a mantenere un enorme consenso popolare, anche fuori dagli Stati Uniti. La forza della democrazia e della partecipazione, che nel suo paese Obama dovrà rafforzare realizzando le riforme che ha promesso e facendo pagare la crisi specialmente a chi l’ha provocata, non certo alle classi più deboli.
Solo così, forse il nostro mondo potrà entrare in un epoca più serena, in cui a volte i sogni possono diventare realtà.

 

Marco Ursano

http://www.cittadellaspezia.com/rubriche/Il-Cielo-sopra-La-Spezia.aspx

 

 

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